Nicola Filia | Temporary City
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Temporary City

TEMPORARY CITY

Nicola Filia fa della ceramica un linguaggio per l’arte, non nel senso convenzionale del fare, con la sua produzione, ceramica d’arte; ma, al contrario, perchè si avvale della Techné del vasaio -ceramista per antonomasia- nel medesimo senso per cui, da S. Paolo a Omar Khayyam, il vaso è immagine dell’operare creativo di Dio e, nel contempo, metafora quanto mai specifica della stessa condizione umana, nella sua fragilità e caducità.

Fragile è la creta, e di essa è fatto l’uomo; ma di creta è intessuto pure quel fatto umano per eccellenza che è la Città, nella sua essenza primitiva e simbolica, vorrei dire fenomenologica.

Le Temporary Cities di Filia mettono in scena due concetti indissolubilmente legati l’uno all’altro: Tempo e Città. Nel tempo è, e vive, la città, dai suoi albori prodotto di cultura e civilizzazione umana, che affonda le proprie radici alle origini del vivere sociale degli uomini: opera tutta umana alla quale, fin dai suoi esordi si associano la gloria ed il peso dell’essere, da un lato, frutto grandioso dell’intraprendenza e della genialità dell’uomo, ma, nello stesso tempo, frutto pericoloso del suo orgoglio e della superba illusione di potersi fare demiurgo, creatore al posto di Dio e dimentico della sua relazione con lui.
Seguendo il senso biblico della Storia, la Città è, fin dal suo apparire, Babele, costruzione immane -fatta di mattoni cotti nel fuoco, come riferisce la Genesi-, punto di non ritorno della moltiplicazione e confusione delle lingue e della dispersione degli uomini sulla faccia della terra.
Ecco qui allora un suggerimento, un grimaldello, per accedere alla lettura delle Temporary Cities di Nicola Filia: crogiolo di ordine e disordine, la Città è traccia luminosa del lavoro di costruzione e della stratificazione accumulata dai secoli negli innumeri monumenti di pietra che costellano le città del mondo e, nel contempo, luogo delle distruzioni che governano inflessibili il destino delle cose umane, operate ora dai cataclismi della natura -Pompei, su tutte-, ora dalla vanitas e dalla crudeltà dell’agire umano, attraverso l’opera devastatrice di tutte le guerre, antiche e attuali. A questo riguardo, Filia ama ricordare Aleppo e le città siriane. Tutte, in ogni caso, sottomesse alla legge inderogabile del Tempo.
Con una sola avvertenza: quella di non leggere i moduli potenzialmente riproducibili ad infinitum di Filia come elementi mimetici di pezzi di città -quasi un raffinato Lego ceramico di quartieri e isolati- intersecati dai tagli dei reticoli stradali. Piuttosto, vedere e ascoltare il rumore prodotto da questo affastellarsi di eventi costruttivi e distruttivi, segnati nel loro continuo ciclo di vita e di morte da una ineludibile entropia costitutiva, in cui, senza frastuono, ma nel sussurro del silenzio trepidante di un vuoto, si manifesta il respiro, il soffio vitale di Dio.

Andrea Vivit architetto

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Date

December 1, 2015

Category

Art, Fashion, nicolafilia, nicolafiliaartgallery, Photography, sanpantaleo, sculptures