Temporary City

Cagliari

MOSTRA TEMPORARY CITY – NICOLA FILIA

a cura di Paola Mura ed Efisio Carbone
Dal 28 settembre all’11 novembre 2018
Centro Comunale d’Arte Il Ghetto (Cagliari)


Temporary City

a cura di Paola Mura ed Efisio Carbone

Basterebbe citare la S.P.I.C.A di Ciusa, la Scuola di Dorgali, il grandissimo lavoro dei Fratelli Melis per affermare quanto sia stata importante storicamente la produzione ceramica in Sardegna, punta di diamante dell’invenzione dell’arte sarda del Novecento; e come non citare un un genio come Fancello che ha plasmato visioni fuori dal tempo prima di consegnarsi alla Storia come astro spentosi precocemente. La sua forza vitale sembra ribollire tra le lenzuola appena increspate dei lettini dell’amico Nivola, una lunga storia d’amore e di passione consumata nell’intimità di simboli domestici. Le forme organiche di Silecchia, le geometriche di Tilocca, le sperimentazioni della Palomba, il design identitario di I.S.O.L.A., la ricerca puramente artistica ed espressiva nella plastica contemporanea di Maria Lai, Paola Dessy, Pinuccio Sciola, Caterina Lai, segnano la storia della produzione ceramica fin dentro il XXI secolo, in un costante dialogo espressivo e osmotico tra creazione e tradizione, funzionalità e poesia, identità e innovazione, arte e design.

Dentro una storia di tale portata si muove Nicola Filia che se nella ceramica trova la materia più vicina alla sua sensibilità, come artista che vive la contemporaneità non si sottrae all’utilizzo di altri materiali piegandoli alle sue necessità espressive. I materiali dell’architetto – dell’urbanistica- sono il sole, gli alberi, il cielo, l’acciaio, il cemento, in questo ordine gerarchico e indissolubile, scriveva Le Corbusier.

La produzione di Filia spazia da forme organiche ed espressioniste a lavori di maggiore sintesi formale dove l’elemento architettonico trova una sua precisa vocazione espressiva. A dare i natali all’artista è Carbonia, città di fondazione, progettata da alcuni degli architetti più importanti dell’Italia fascista.

Il rapporto uomo-natura è uno dei principali temi su cui si muove Nicola Filia.

Nel suo appropriarsi dei luoghi l’architettura compie una violenza sullo spazio e probabilente, in questo il pensiero del homo faber Filia si fa estremo, non esiste alcuna possibilità di equilibrio tra processi di antropizzazione e territorio.

In temporary City le serie si snodano lungo un preciso percorso narrativo.

I suoi boschi di alberi bianchi metafisici, stilizzati e svettanti coni eburnei, sembrano quasi camini delle fate in silenziosi deserti; alla loro purezza si contrappongono i tronchi vuoti di Carbone, una riflessione su tempo, vita e pensiero che sembra rimandare all’Arte Povera e, in particolare, a Giuseppe Penone. Le brulicanti città di Temporary City , megalopoli di terra cotta smaltata, materici agglomerati esibiti a volo d’uccello offrono uno spaccato soffocante dell’esistenza umana, e se Lao Tzen e Oscar Niemeye celebrarono dell’architettura il vuoto ideale, Nicola Filia contrappone l’horror vacui reale, lo stesso che dipinse Nivola nelle sue vedute newyorchesi; l’artista FIlia non si limita solo a plasmare come un Demiurgo, per lui il rady-made è l’utilizzo di materiali per l’edilizia come mattoni o blocchetti su cui intervenire in un gioco sapiente che sfuma i confini tra l’industriale e l’artigianale. Successivamente assemblati in interventi site-specific, le sue città mostrano un imprescindibile dialogo con lo spazio circostante, rappresentano la forma scheletrica di uno skyline, uno spaccato minimal e brutale che non perde comunque l’afflato poetico, un rimando possibile è la Veduta del Canal Grande di Fausto Melotti. Imprescindibile punto di partenza la purezza delle forme e la perfezione estetica dei vasi. Perchè se il Filia artista indaga e sperimenta mettendosi in discussione, il Filia artigiano dichiara la sua indiscutibile maestria.

Le Torri si riappropriano del concetto lecorbusiano di rapporto tra volumi e luci; un equilibrio instabile di elementi geometrici getta però ombre su queste forme monumentali. Torre di guardia o vanagloriosa Babele?


Paola Mura_ Architetto, Curatrice d’arte moderna e Contemporanea e Direttrice dei Musei civici di Cagliari.

Efisio Carbone _ Storico e Critico d’arte, docente presso lo IEDD di Cagliari, direttore Artistico del Museo MACC di Calasetta (SU).

Megalopòlis

MEGALòPOLIS

di Nicola Filia

a cura di

Baingio Cuccu e Paola Mura

MEGALòPOLIS è un progetto site specific che accosta archeologia e arte contemporanea, civiltà Nuragica e civiltà post Atomica, il Nuraghe Losa e le città fantasma di Nicola Filia.

MEGALòPOLIS è il racconto di una visione, una riflessione su ciò che è stato e vive ancora, su ciò che è presente e che, forse, sarà.

La radice del termine riporta alle straordinarie dimensioni degli elementi che costituiscono l’architettura delle civiltà nuragica, che sembrano composti della stessa materia del paesaggio naturale: grandi pietre che segnano il territorio, che infisse nella terra, o assemblate nelle grandi architetture dei nuraghi, sono espressione di civiltà in armonia, sono relazioni con il cosmo e la natura, che l’uomo accetta come sue leggi, in un equilibrio millenario. E’ un armonia che preserva e conserva, che ha fatto della maestosa, millenaria presenza del Losa, un elemento del nostro paesaggio. Il Losa è un gigante di pietra, emerso come un massiccio montuoso dal grande altopiano che è il cuore dell’Isola, che tutti i Sardi hanno attraversato, a cui tutti noi abbiamo guardato. Se si è preservato così a lungo è per ragioni di bellezza e necessità. Perché è un luogo necessario.

Attorno alla maestosa, millenaria testimonianza della civiltà nuragica, per la prima volta una istallazione d’arte contemporanea evoca le forme e le contraddizioni delle megalopoli contemporanee, in un accostamento che diviene dialogo tra civiltà.

L’artista coraggiosamente propone un a riflessione sulla nostra “grandezza” di uomini, specie dominante sulla terra, le cui espressioni di civiltà sono ormai abnormi, smisurate, soverchianti, incontrollabili.

Sono le megalopoli, eclatante m odello di contemporaneità, espressione di quel costruire e abitare che ci distingue come specie fra le altre sulla Terra, a catturare l’attenzione di Filia.

Filia con MEGALòPOLIS sviluppa il tema già affrontato con Temporary City, nel 2018, e ancora prima con Un Bosco di Alberi Bianchi nel 2008, un’indagine sulla relazione fra uomo, natura e abitare, una riflessione sulla necessità di un equilibrio fra quei processi di antropizzazione, che vedono l’uomo modificare totalmente il suo ambiente trasformandolo. Attraverso l’architettura e attraverso lo sviluppo di agglomerati urbani ormai mostruosi per dimensione e impatto, con azioni quasi violente e troppo spesso irreversibili, siamo arrivati, in quest’ultimo scorcio di contemporaneità, al superamento del modello di “metropoli” in “megalopoli”, città diffuse, indistinte e fagocitanti l’intero territorio, in cui decine di milioni di persone convivono senza più relazione con la natura, in un modello estremo di antropizzazione del territorio.

Fino alla città del Novecento è l’architettura ma anche al sua indissolubile relazione con la natura, l’orientamento, i cicli del sole e delle stagioni, a fornire ancora e sempre una regola di composizione dello spazio della città e di inserimento dell’uomo nel suo ambiente: non più in nell’attuale “civiltà post atomica”.

Le megalopoli di Filia sono città scintillanti di ceramica, evocanti i profili di arditi grattacieli che disegnano gli skyline degli agglomerati contemporanei, accattivanti ma già fatiscenti nelle mura sbrecciate, frammentati e ridotti in pezzi nei margini.

O ancora sono scheletri di ferro di torri fantasma, rivolti al cielo, residui scarnificati, o progetti non finiti, forse perché tropo ambiziosi, scheletri, opere dell’uomo che la natura è già pronta a riconquistare e ricoprire.

O sono città di terra cruda, la più antica dei materiali modellati dall’uomo per i suoi insediamenti, abbandonati come antichi reperti archeologici, città di terra che saranno dissolte dal sole e dall’acqua.

Su queste ambiziose vestigia delle megalopoli contemporanee sarà il Tempo, protagonista di questo progetto che significativamente durerà un intero anno solare, a fare il suo corso, a imporsi su questa evocazione di civiltà contemporanea, di culture e convinzioni, già vacillanti al loro nascere.

Su tutto questo il maestoso, armonioso, millenario Nuraghe Losa domina imperturbato.

Baingio Cuccu e Paola Mura

riproduzione riservata

I like the idea of creating a dialogue between the Nuragic civilisation and our post-Atomic world, by juxtaposing my phantom cities with the Nuraghe Losa: that is where everything began, whereas today, everything is coming to an end”. Nicola Filia

MEGALòPOLIS

by Nicola Filia

curated by Baingio Cuccu and Paola Mura

Nuraghe Losa, 10.11.2019 – 09.11.2020

Megalòpolis is a site-specific project that brings together archaeology and contemporary art, the Nuragic civilisation and the post-Atomic world, and the Nuraghe Losa and the phantom cities of Nicola Filia.

Megalòpolis is the tale of a vision, a reflection on what has been and what lives on, on what is here now and what, perhaps, will be.

Around the majestic, age-old presence of the Nuraghe Losa and the large stones that shape its architecture, Filia’s installation evokes the shapes and contradictions of modern-day megalopolises, in a juxtaposition that becomes a dialogue between different civilisations.

Filia’s megalopolises are shimmering ceramic cities whose chipped walls are already crumbling; they are iron structures of phantom buildings that nature is already poised to claim back; they are cities of earth that will be dissolved by the sun and water; and they are monuments of civilisations and convictions that were already wavering at birth.

Megalòpolis will be exhibited for a year along the visitors’ route around the archaeological site: an entire solar cycle, and the changing of the seasons, will allow Time to take its course. Right in front of its visitors’ eyes (and through time-lapse shots), the installation will undergo an inevitable and progressive transformation, a premonition of a possible future for our civilisations, as materials deteriorate and, with them, so do our convictions.